La prima cosa che ricordo del calcio sono i mondiali del 1978 in Argentina, di cui non vidi nemmeno una partita: avevo 9 anni e si giocava quando in Italia era notte. Quindi me li ricordo per sentito dire, visto che gli adulti ne parlavano tra di loro. I più audaci facevano le ore piccole per vedere gli incontri più importanti (gli unici trasmessi dalla Rai) e poterli raccontare agli amici, magari ingigantendo le imprese dei campioni, che erano così distanti da sembrarmi come gli eroi dei fumetti.

La nostra nazionale fu eliminata ad un passo dalla finale dall’Olanda, che poi perse con l’Argentina, che si laureò campione. In quella Olanda giocava Ruud Krol, un difensore che non avevo mai sentito nominare, nonostante fosse uno dei pilastri del meraviglioso Ajax di Cruijff, allenato da Rinus Michels, una squadra che aveva rivoluzionato il gioco del calcio portando la nazionale olandese a disputare due finali mondiali consecutive (la prima nel 1974).

Amore a prima vista

La prima partita di cui ho memoria, invece, si giocò il 25 giugno 1979 a Buenos Aires per celebrare l’anniversario della vittoria dell’Argentina al mondiale. In Italia l’incontro fu trasmesso dalla Rai in differita uno o due giorni dopo, in un orario che consentì anche ai bambini di vederla.

A sfidare la nazionale albiceleste fu una rappresentativa del Resto del Mondo, allenata da Enzo Berzot (commissatio tecnico dell’Italia, che poi vinse i mondiali nel 1982). Capitano di quel “dream team” pieno di stelle (da Platini a Zico fino a Paolo Rossi) era proprio Ruud Krol, che l’ineguagliabile telecronista Nando Martellini (quello che nell’82 griderà per tre volte: «Campioni del mondo!»), definì “Sua Maestà”.

Avevo solo 10 anni, ma quella “incoronazione” la ricordo benissimo perché quel calciatore così elegante, che portava palla guardando in alto, che sembrava procedere accarezzando l’erba con una classe che anche gli avversari gli riconoscevano, quasi scansandosi al suo passaggio, non poteva che essere un Re. Fu allora che mi innamorai del calcio, e mi innamorai di quello che per me è ancora il più grande libero che abbia mai visto su un campo di calcio.

E Napoli cantava «Chiudi Rudy»

Krol diventò il mio eroe ed ebbi la fortuna di ammirarlo in tante partite perché un anno dopo, nel 1980, fu acquistato proprio dal Napoli, diventandone presto il leader non solo tecnico, ma anche carismatico. Non era un 9 o un 10, sulla maglia aveva un 5, numero associato a chi di solito marcava e basta. Invece, quando prendeva palla incuteva timore, e noi dagli spalti del San Paolo cantavamo «Rudy, Rudy, Rudy…» mentre lui avanzava tagliando il centrocampo con improvvise proiezioni offensive così eleganti che sembrava non toccare terra: non a caso il suo soprannome era “l’olandese volante”.

E, quando difendeva, agli attaccanti avversari tremavano le gambe mentre noi urlavamo: «Chiudi Rudy, chiudi Rudy, chiudi Rudy…». Ma la sua specialità erano quei lanci lunghissimi, «precisi come se nel piede avesse un calibro laser» racconta il suo compagno di squadra Beppe Bruscolotti in un libro sui fuoriclasse che hanno fatto la storia degli azzurri. Li eseguiva dopo aver alzato il braccio per avvisare lo stadio, come un campione di biliardo che indica in che buca finirà la palla numero 8.

Libero e bello

Prima di arrivare a Napoli, Krol aveva ricoperto tutti i ruoli di difesa, sia terzino destro e sinistro che centrale in una difesa a zona, ma ho sempre avuto l’impressione che proprio all’ombra del Vesuvio si sia sentito davvero libero, di ruolo ma innanzitutto di testa: non a caso, ancora oggi, a 77 anni, torna a Napoli almeno 3 volte all’anno perché, come ha dichiarato anche di recente, la considera la sua seconda città. Insomma, Rudy aveva una tale classe che sapeva e poteva fare tutto, e disegnava un calcio così bello che anche i suoi (rari) errori sembravano eleganti.

Spesso portava i calzettoni abbassati, ed era molto chic. Mi affascinò al punto che, quando mio padre portò a casa un cagnolino appena nato, gli misi nome Rudy (anche se poi dovemmo ribattezzarlo quando scoprimmo che era una femmina).

Krol era una vera ossessione e cercavo di imitarlo. Convinsi i miei genitori ad iscrivermi ad una scuola di calcio: giocavo nel suo ruolo, portavo i calzettoni abbassati e lanciavo non c’è male, peccato che per il resto fossi scarso.

La speranza e la delusione

Rudy arrivò a Capodichino il 9 settembre del 1980 e, due mesi dopo, il 23 novembre, il terremoto dell’Irpinia sconvolse anche Napoli, che trovò conforto nella speranza che Sua Maestà potesse risarcire la città con uno scudetto. Un sogno che diventò, con il passare dei mesi, sempre più a portata di mano.

A poche giornate dalla fine del campionato, il 26 aprile del 1981, il Napoli era primo in classifica e giocava in casa con il Perugia (ultimo e già retrocesso). Al primo minuto, un autogol di Ferrario manda sotto gli azzurri. Restano 89 minuti per recuperare, ma non bastano: il portiere Malizia para tutto e quello che non para finisce sui pali, per ben tre volte. La porta è stregata, il Napoli perde una partita incredibile.

Allo stadio eravamo 80mila. Ricordo ancora la faccia di un signore che piangeva come un bambino a cui avessero rubato un giocattolo, era dietro me e mio padre e non risuciva a smettere: aveva capito che il primo scudetto della storia era sfumato, ancora una volta. Infatti gli azzurri non digerirono la mazzata e arrivarono terzi, dietro a Juve e Roma.

Il Re olandese e D10s

Quello che non ho ancora raccontato è che, nella partita del 25 giugno 1979 (che finì 2-1 per il Resto del Mondo), giocò anche Maradona, che non aveva partecipato ai mondiali vittoriosi dell’anno prima ma era già un giovanissimo fenomeno: una foto lo ritrae mentre colpisce di testa tra Krol e Marco Tardelli, che cercavano di fermarlo.

Quel ragazzino pieno di ricci regalerà a Napoli il suo primo scudetto nel 1987. Tre anni prima, nell’estate del 1984, Diego era arrivato in città mentre il Re olandese se ne andava. Non hanno mai giocato insieme, tranne nei miei sogni in cui, di tanto in tanto, immagino Sua Maestà che lancia verso il gol il Dio del calcio.

2 pensiero su “SUA MAESTÀ RUDY KROL, IL LIBERO VOLANTE”
  1. Grazie Antonio per questa precisa ed emozionante ricostruzione di quegli anni.
    Noi si che siamo stati fortunati… vedere giocare al San San Paolo quei “mostri sacri” del calcio! A proposito, nella mia formazione ideale di tutti i tempi al centro della difesa c’è Rudy.

    1. Grazie a te Fabrizio. Ovviamente, anche nella mia formazione ideale c’è Rudy. Tra i calciatori del Napoli che ho avuto il piacere di veder giocare, penso che sia secondo solo a Maradona per classe, intelligenza calcistica e carisma. Quando portava palla era magico. E i suoi lanci sulla fascia per Maragon (che nell’articolo non ho citato, ma era il terminale preferito di Krol) sembravano disegnati con il compasso.

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