Napoli contro Como, Allegri contro Fabregas, il vecchio che cerca di non subire gol contro il giovane che cerca di farne uno più degli altri. Per una settimana intera Napoli-Como è stata indicata da giornalisti e tifosi come emblema del dualismo che si riassume nel dibattito inestricabile tra giochisti e risultatisti, quando – secondo me – meritava di essere descritta per lo spettacolo che poteva offrire (e poi ha offerto in campo) il primo big match della stagione.

I 90 minuti in questione hanno decretato una vittoria meritata della squadra di Fabregas che, nel primo tempo, ha controllato completamente il gioco, facendo correre la palla con pazienza e rapidità fino a trovare un varco o ad approfittare di una disattenzione degli avversari (come in occasione del primo gol) e pressando gli azzurri anche nella loro area di rigore impedendogli di costruire gioco e inducendo Anguissa all’errore da cui è scaturito il 2-1 di Douvikas.

L’altra faccia della partita

Quindi, terminata la partita, tutti si sono fiondati ad esaltare il giochista Fabregas e il suo Como, che ancora una volta (dopo il sorpasso in campionato all’ultima giornata della passata stagione) ha sconfitto il risultatista Allegri. Mi avrebbe fatto piacere, però, che, per coerenza, gli stessi giornalisti e opinionisti, che hanno fatto della partita di domenica il simbolo della superiorità del giochismo, avessero parlato anche dei 30 minuti del secondo tempo in cui il Como non ha superato la propria metà campo a causa del 5-4-1 adottato nel finale da Fabregas per non subire gol (obiettivo che, peraltro, se non fosse stato per pochi centimetri, sarebbe sfumato nel recupero). Con questo non voglio assolutamente criticare Fabregas, il quale da due anni ha portato una ventata d’aria fresca in una Serie A alquanto noiosa, proponendo un gioco quasi sempre avvincente e rendendo il Como, prima la squadra preferita dei tifosi neutrali, e in seguito una realtà da temere anche in Champions League; la mia disapprovazione era, infatti, diretta a tutti quelli che, come dicevo prima, hanno fatto della prestazione del Como e delle scelte di Fabregas contro il Napoli il manifesto del giochismo, poiché domenica scorsa mi sembra che il tecnico spagnolo abbia perlopiù reso evidente come, in partite decisive, sia necessario anche o soprattutto il pragmatismo.

Tanti gol non garantiscono la finale

Un altro esempio che mette in luce l’ipocrisia di tanti opinionisti “arzigogolanti”, che fanno del gioco del calcio una filosofia complessa, è la semifinale di Champions dello scorso anno tra Bayern Monaco e Psg. Di tale scontro verrà a lungo ricordato il match di andata, perché è rarissimo assistere a così tanti gol in una sola partita da entrambi gli schieramenti, ma d’altronde per l’intera stagione erano state proprio quelle due squadre ad entusiasmare l’Europa per le tante reti e le numerose giocate sensazionali frutto della mentalità ultra-offensiva dei rispettivi allenatori. Al termine del primo incontro il punteggio era, per l’appunto, di 5 a 4 in favore dei francesi. Di conseguenza, per un’intera settimana, in attesa del ritorno, gli stessi che in questi giorni hanno esaltato il gioco di Fabregas, non hanno fatto altro che servirsi del coraggio dimostrato da Luis Enrique e Vincent Kompany nella preparazione spregiudicata della partita per criticare tanti altri allenatori (soprattutto italiani).

Il match di ritorno tra Psg e Bayern ebbe, però, un esito del tutto diverso dall’andata: quell’equilibratissimo 1-1 sembrava a tutti non poter essere frutto di quelle stesse due squadre che, neanche una settimana prima, avevano messo a segno nove gol in 90 minuti. La verità, probabilmente, è che Enrique e Kompany sapevano di non poter rischiare di perdere il pass per la finale lanciando i propri giocatori all’attacco con la stessa incoscienza dell’andata, così come Fabregas nel secondo tempo di Napoli-Como ha tentato, difendendosi, di uscire dal Maradona con i 3 punti conquistati con stile e merito nella prima ora di gioco. I grandi allenatori, infatti, si distinguono da quelli comuni anche per questo: saper riconoscere e affrontare i diversi momenti della partita, soprattutto nei big-match, in cui l’inerzia del gioco e il morale possono essere stravolti all’improvviso.

Con questo non voglio dire che la filosofia del giochismo è un semplice mito e che non sia possibile portare a casa risultati attaccando dal primo minuto fino al triplice fischio. Per me giocare bene significa emozionare i propri tifosi e offrire spettacolo a quelli neutrali, e per farlo non bisogna necessariamente vincere con dieci gol di scarto. Il giochismo, insomma, non implica inevitabilmente un gran numero di reti o un’alta percentuale di possesso palla, richiede, anzi, che ogni calciatore in campo vada a lottare su ogni palla o che anche gli attaccanti, se vedono la propria squadra in difficoltà, corrano a difendere con le ultime energie che hanno. Per come la vedo io, il giochismo non dovrebbe essere inteso come una dottrina erroneamente mitizzata dai giornalisti, ma come una fonte di ispirazione per gli allenatori di tutto il mondo, in modo che questi ultimi possano guidare le proprie squadre all’insegna della bellezza del calcio invece che relegarle ad un rigidissimo tatticismo.

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